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Andrea MarziCanzoni, poesia, teatro-canzone

Poesia

La poesia come territorio libero e spurio: la poetica di Andrea Marzi e alcuni assaggi di poesie.

Il meteorologo (1998): illustrazione di Michele Ferri

Mi piace guardare alla poesia come a un territorio libero e spurio. Non oppresso da regole. Per questo il mio approccio è sempre stato non accademico, né tantomeno “serio”, ma profondamente ingenuo nel rapporto con la parola, come ha magnificamente mostrato Faeti nella prefazione a Amore e il Resto del Mondo parlando del mio tentativo di riprodurre lo “stupore infantile” al cospetto della parola.

La poesia – se vogliamo usare questo termine – per me, già quando nasce non è immaginata solo per la pagina. Anche, magari, ma non solo, a volte per niente. A volte le poesie nascono con l’idea di finire su una maglietta o di essere proposte in teatro o su cd. Ecco, una influenza forte per me è data dall’imperativo che la poesia si debba portare a tutti, perciò senza passare primariamente per i libri, anche se trovo questi, oggetti di fascino indiscusso, ineffabile. Come si sa, i libri di poesie non li legge quasi nessuno, spesso neanche chi scrive.

Penso che pubblicare una poesia su una maglietta invece che su un libro può essere un fatto più spiazzante e sicuramente più potente in termini di divulgazione. La maglietta fa viaggiare quelle parole, portandole nei luoghi più diversi e spesso incongrui. Quindi è scorretta. Questo è il suo bello.

Un altro aspetto che mi piace è quello della poesia pensata per le orecchie, come suono, non solo come parola scritta. È per questo che fin dai primi tempi del mio percorso di ricerca nel campo del teatro canzone, la poesia ha avuto sempre un ruolo fondamentale perché come tutte le arti ha uno specifico suo, che le permette di arrivare in punti dell’anima dove altre forme d’arte non possono.

Assaggi di poesie

Declino di una civiltà

Ci sono delle leggi
nel nostro paese in agonia
che non sono serie,
come quella – odiosa –
che consente alle pasticcerie
di chiudere per ferie.

Il mare e la spiaggia

Per loro è facile
dire
chi è che cosa.
Lui si spinge verso di lei
con l’infinita, dolcissima
ripetibile ossessione
che noi chiamiamo
onde,
lei è lì
sapientemente ferma
saggia
di una saggezza
di diecimila anni.
Il segno, il confine, la soglia, la battigia
è lì
più o meno sempre lì
un metro di più, un metro di meno.

Ma noi?
che basta così poco
– o sbaglio, è così tanto? –
a star vicino all’altro
tanto da aver paura… tanta
tanto da farci dire:
fin dove sono io?
dove cominci tu?

Le frasi non dette

Ci sono delle frasi
d’amore
che dentro di noi pensiamo ma
non le diremo mai
a chi odiamo
e altre
gravide di odio…
non le diremo mai a chi amiamo.
Questo per la paura,
vigliaccheria, sconforto,
mancanza d’ironia o fiato corto.

Quelle frasi
ce le teniamo dentro
e poi finiscono nel
Limbo delle parole.
Si tratta di un cimitero piccolino
sito in un angolo fuori mano
vicino a Via dell’Animo Umano.
Ospita
piccole tombe
d’un bianco calce anatomico
tombe tutte uguali
come addomi senza ombelico
come croci
senza nome.

Della differenza fra uomini e animali

Forse
anche gli animali
si innamorano,
di certo
non si abbraccian stretti stretti.
O almeno
non al cinema.

Il senso di confine

Il senso di confine, di limite, di soglia, è qualcosa che tutti sperimentano, tranne alcune eccezioni, continuamente e in tutti i campi.

Un aspetto particolare di questo elemento, che è squisitamente mentale, lo incontriamo quando ci poniamo il problema del confine fra il nostro corpo fisico e ciò che ci circonda, e quello della nostra collocazione nello spazio.

Già da grande mi sono ritrovato a riflettere sul rapporto che c’è fra la costituzione del senso della soglia in una persona e il suo essere nato in una città di mare. Voglio dire che anche se non ne siamo consapevoli, avvertiamo fin da piccolissimi che in quella parte, minima in termini di percentuale di superficie del mondo, c’è qualcosa di magico, di particolare.

Parlo della riva, della battigia, del litorale, del confine fra centinaia o migliaia di chilometri quadrati di terra e altrettanti di distese acquose, marine. Il tutto in pochi centimetri ondivaghi alla lettera, impalpabili, chiaramente percepibili ma continuamente sfuggenti.

Da ciò deriva anche il fatto che noi – noi nati in una città di mare – in qualunque posto si vada ci chiediamo sempre, più o meno consciamente, come ci collochiamo in quel momento in quel luogo, magari nuovo e inesplorato, rispetto al mare.

In che direzione lui si trovi.

Fu dal momento che cominciai a fare questi pensieri che l’icona del kursaal assunse per me un significato simbolico. Il luogo in cui tutti quei pensieri si concentravano in un punto. Da quel momento, credo, ho desiderato scrivere una canzone sul kursaal e quindi, grazie anche all’aiuto di Giovanni Gotti, sono arrivato finalmente a scriverla.

Andrea Marzi